giovedì 9 febbraio 2017

"L'uomo di casa" di Romano De Marco - Intervista

Buongiorno lettori!
Qualche giorno fa vi ho parlato del romanzo " L'uomo di casa ", thriller italiano che mi è piaciuto moltissimo, e oggi ho qui per voi l'intervista all'autore che ho avuto modo di incontrare settimana scorsa.





L'immagine può contenere: 9 persone, persone in piedi e spazio al chiuso

Uno dei leitmotiv del libro è il fatto di scoprire che la persona con cui hai condiviso quotidianità non sia quella che credevi. Al giorno d'oggi sono sempre meno le cose che crediamo di non sapere delle persone, soprattutto in un momento in cui tutti condividono tutto sui social. Il fatto di scoprire che tutto ciò che ci sembrava vero è diverso  è rimasta forse l'unica grande paura, ancor più della paura del mostro che non ci sembra più  così reale?

Hai colto nel segno! In effetti, più della paura dell'assassino, a me interessava appunto la paura dell'ignoto, dello scoprire cose che non avremmo mai immaginato del nostro quotidiano e di chi ci vive accanto. Non so se avete visto l'anno scorso il film "Perfetti sconosciuti" ma  la frase di lancio era "Ognuno di noi ha tre vite: una pubblica, una privata e una segreta".
Io non volevo raccontare questo aspetto concentrandomi sui social, perché l'hanno già fatto in tanti e bene. Sandra le cose le scopre sul campo. Ancora più del dolore per la perdita del marito la sua sofferenza deriva dalla paura di non riuscire ad avere delle risposte, di non scoprire mai la verità sul marito.


Tu nasci come autore di noir, quindi vorrei sapere quali sono le difficoltà nello scrivere romanzi noir rispetto ai thriller, e viceversa?

Il termine noir è  molto abusato. Io concordo con Massimo Carlotto sul fatto che sia diventato una narrativa di contenuti più che di genere, racconti la realtà italiana, la società, e racconti anche molto di te stesso.
Nei miei romanzi del ciclo su Milano ho messo molto di me stesso, del mio modo di pensare, di agire, il mio punto di vista su certi argomenti. Però poi ho voluto cambiare e mettermi al servizio della storia.
Qui  c'è poco dell'autore. C'è molto lavoro sui personaggi, che però hanno poco o niente di me e proprio per accentuare questa scelta ho favorito la discontinuità dell'ambientazione scegliendo l'estero, e anche se ho avuto altri personaggi femminili, qui la protagonista doveva essere una donna qualsiasi. Mi sono messo al servizio della storia, mi sono messo da parte e  ho fatto un gran lavoro sui personaggi.

Dalla notte dei tempi gli uomini cercano di entrare nella psicologia femminile e non ci riescono, perciò  è stato un lavoro  impegnativo. Mi sono affidato a un gruppo di lettura tutto al femminile di Bologna, composto da quindici donne, presieduto da un'attivista femminista, Samantha Picciaiola, con cui mi ha messo in contatto la mia amica scrittrice Marilù Oliva, e la prima stesura del romanzo l'ho fatta leggere a loro. Quando ci siamo incontrati un mese dopo, loro mi hanno dato tantissime indicazioni.

Cosa non funzionava nella prima stesura?


Inizialmente il marito di Sandra moriva in un alto modo, in una finta rapina, però lei scopriva solo alla fine che era finta. Dopo una settimana arrivava il nuovo vicino di casa nel quartiere residenziale di Vienna, dove vive mia sorella, e tra loro nasceva non proprio una storia, ma un interesse.
Le lettrici mi hanno massacrato, e  in effetti mi sono reso conto che i tempi non tornavano. Volevoche Sandra fosse anche delusa, non solo addolorata.
Così ho fatto morire lui in modo diverso e  ho spostato l'azione a sei mesi dopo la morte.
Come autore non sono assolutamente geloso di quello che scrivo e chiedo aiuto molto volentieri. Questa è stata la prima volta che mi sono rivolto a un gruppo di lettura, ma anche sugli altri romanzi che ho scritto ho sempre fatto un lavoro di editing per conto mio con Chiara Beretta Mazzotta, che è una editor molto brava. Abbiamo lavorato per mesi e mesi, ben quattro. Ci sono diciotto versioni di questo romanzo, che poi magari differiscono solo per poche frasi, questo è il mio modo di lavorare.
Siamo in tanti a scrivere, in Italia ormai scrivono tutti: ritengo un dovere presentare a un editore il meglio.


Come accennato già all'inizio, in questa storia quasi nessuno dei personaggi è quello che appare. Ci sono doppie e triple identità, cambi continui ... una storia così potrebbe  funzionare anche in Italia, oppure no?

Sicuramente sì. Però avevo paura che l'editore mi chiedesse di ambientarla in Italia e non l'avrei fatto. Sono pochi gli autori italiani che decidono di ambientare i propri romanzi all'estero. Per fortuna Piemme non mi ha chiesto di fare questo cambiamento.



Come si fa a mantenere un equilibrio tra bugie e verità in un romanzo?

Un autore racconta una storia inventata, quindi una bugia, però ci mette  molte verità. Non puoi fare a meno di metterci dentro molto di te stesso, del modo in cui intendi la vita, i sentimenti, i rapporti con gli altri.
Ed è una cosa che traspare nei miei romanzi del ciclo di  Milano. Qui è diverso, mi sono messo a disposizione del personaggio. Io sono un uomo di cinquant'anni con una mia storia personale completamente diversa dalla protagonista Sandra, una quasi quarantenne, con una bella famiglia.
Qui ho cercato di mettermi a disposizione del lettore. 


Ci sono autori che durante la stesura del romanzo leggono solo libri molto simili al proprio e altri che cambiano completamente genere per non farsi influenzare. Tu con chi ti schieri? Che tipo di lettore è Romano De Marco?

Io leggo di tutto. In passato leggevo anche cento libri all'anno, adesso mi fermo a cinquanta perché il lavoro e gli altri impegni non mi permettono di leggere quanto un tempo. Di questi cinquanta libri, una dozzina sono narrativa di genere thriller-noir. Per chi scrive, secondo me, è fondamentale leggere. Come dice Montanari  "Scrivere senza leggere è come pretendere amore senza essere disposti a darlo".
Ci sono alcuni autori molto importanti in Italia  che si vantano di non leggere i contemporanei ma solo i classici. Per me è un atteggiamento sbagliatissimo. Bisogna leggere di tutto: ti apre la mente e ti aiuta a migliorare.
Io dal mio primo romanzo sono migliorato moltissimo. Mi vergogno rileggendomi e mi chiedo "ma come hanno fatto a pubblicarmi?" ma questo miglioramento è avvenuto perché ho letto tanto.

Com'è nata l'idea di questo romanzo?

L'idea si è costruita un po' alla volta. Io vado tutti gli anni in America, sto da mia sorella e poi giriamo insieme il paese. Amo così tanto quel posto che mi sono chiesto se non sarebbe stato bello ambientare una storia lì. La coppia di vicini che c'è nel romanzo, Elizabeth e Jeff, esiste veramente: sono esattamente come li ho descritti.
 All'inizio la storia era un po' diversa, non c'era la parte che si svolge trentacinque anni prima.
Inizialmente, pensando alla difficoltà di raccontare un personaggio femminile, avevo chiesto ad una amica, Marilù Oliva di scriverlo a quattro mani. Pensavo che lei avrebbe potuto scrivere le parti femminili in prima persona, e io tutto il resto. Marilù però si è tirata indietro dicendo che l'idea era mia, e adesso penso che sia stato meglio così. Mi ha comunque fatto notare alcune cose che non andavano, così l'ho migliorata.
Non racconto mai fatti realmente accaduti per non turbare la sensibilità dei parenti delle vittime o di chi ha vissuto questi episodi in prima persona quindi dovevo inventarmi il caso del secolo e ho pensato che non c'è nulla di più odioso dei crimini contro i bambini.
La cosa assurda è che quando il romanzo era già finito, nel 2015, è uscita una notizia di cronaca molto simile a quello che io avevo scritto: in Baviera si era svolta una vicenda del genere, per cui è vero che spesso purtroppo la realtà supera la fantasia.
Invece nel romanzo che sto scrivendo adesso mi sto ispirando a un fatto di cronaca che mi ha colpito molto, la vicenda di Fortuna, la bambina di Napoli.




Questa casa nel romanzo diventa meta di un tour macabro. È davvero così?

Richmond è una città molto diversa dall'America opulenta a cui pensiamo di solito. Lì ha studiato mio nipote, e viveva nella casa che ho descritto, ma una casa degli orrori.
Il personaggio di Francesco è proprio mio nipote.
L'America  ha una storia molto recente, e fa di qualsiasi cosa una memoria storica. 
Anche la casa di Poe che descrivo a Richmond è un posto squallido.
Così le case dove avvengono dei crimini diventano meta di pellegrinaggi.


Oltre a quello di Sandra, grande protagonista, mi è piaciuto molto il personaggio di Gina Cardena. Ce ne parla un po'?

A me piacciono molto i personaggi femminili, come questa detective di colore che nel 1979 deve lottare contro razzismo e sessismo. Con lei sono andato sul sicuro, doveva essere un personaggio profondo. Non mi concentro  molto sui metodi della polizia perché non m'interessava parlare dell'indagine, ma voglio concentrarmi sulle persone. Gina e Sandra sono i due personaggi principali delle due storie. Donne molto diverse per età ed estrazione sociale che ad un certo punto si incontrano.


Farla di colore è stata una scelta precisa?


È stato qualcosa in più per caratterizzare il personaggio.
Una donna molto forte che si fa rispettare,porta avanti le sue idee e combatte tutto e tutti.



In questo romanzo ci sono due donne, Sandra e Devon perdono una il marito e l'altra il padre.
Perché in queste situazioni spesso le persone tendono ad allontanarsi piuttosto che ,farsi forza a vicenda??


Vivono la perdita in maniera diversa. Per Sandra oltre al dolore per la perdita del marito subentra subito, viste le circostanze di questa morte, il terrore di aver vissuto con una persona diversa rispetto a  quella che ha conosciuto, e di non scoprire mai la verità.
Per Devon è diverso, perché in lei scatta un meccanismo di negazione: non accetta la morte del padre e ancora meno le dicerie su di lui.  Loro due non riescono a comunicare quindi si crea una barriera. Il dolore si vive in maniera diversa a seconda dell'età, e spesso non si riesce comunque a comunicarlo anche nell'ambito familiare. Sandra ha un doppio carico, perché deve appunto anche farsi carico del dolore della figlia .



Perché a un certo punto ha voluto inserire una poesia?

In fatto di poesia sono una capra, come direbbe Sgarbi, forse perché ne leggo poca.
Questa poesia, che fa parte della famosissima "Antologia di Spoon River", l'ho sempre amata. Quando l'ho letta la prima volta sono scoppiato a piangere, forse perché stavo vivendo un periodo particolare come padre.
Qui stava bene, quindi ho dovuto tradurla e l'ho inserita.

Sapeva  come sarebbe andato a finire il romanzo fin dal principio?

Quando invento una storia metto dentro solo qualche dato: ambientazione, inizio e fine.
Tutto il resto viene dopo, ma il colpo di scena finale lo metto sempre in tutti i miei libri.
Per me non è pensabile scrivere una storia senza sapere dove andare a parare,  il finale è il piatto forte dei romanzi di genere.


Quando hai in mente una storia, ne parli con qualcuno?

Certo! Ovviamente non uso le idee degli altri, ma a volte accetto consigli modificando quello che non va. La maggior parte delle volte non li seguo, però parlarne è sempre utile. 

Che strada prenderà secondo te il thriller in Italia?

In Italia quello del thriller è un campo che lascia ancora degli spazi da esplorare.
Abbiamo Carrisi che vende tanto all'estero e ha un suo genere ben definito, anglosassone ma con un'ambientazione sempre sospesa. Non c'è una scuola precisa, in Italia.Non c'è ancora una direzione precisa, per me.
Io ho voluto scrivere un thriller molto di genere, non c'è un serial killer o altro perché questo aspetto truculento non mi interessava. Non so ancora dove vada il thriller in Italia, lo vedremo.


Questo è tutto!

L'incontro è stato decisamente interessante quindi ringrazio Piemme per la splendida opportunità, le altre blogger che hanno partecipato con me all'intervista e ovviamente Romano De Marco per aver risposto alle nostre domande.
Il romanzo mi ha conquistata e sta avendo un grande successo, quindi correte a leggerlo, non vi deluderà!


A presto!


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