Intervista a Francesco Carofiglio - Il Maestro

Buongiorno lettori! 
Qualche giorno fa ho incontrato, insieme a altre amiche blogger, Francesco Carofiglio per fare due chiacchiere sul suo nuovo romanzo "Il Maestro" di cui vi ho parlato Qui.
Ecco cosa ci ha raccontato:
Questa storia nasce da un precedente: prima di scrivere il romanzo, parliamo di circa dieci anni fa, ho scritto una pièce teatrale che aveva lo stesso titolo. Non è la stessa cosa del romanzo, intendiamoci, però il tema è il medesimo. La pièce sarebbe dovuta andare in scena interpretata da Giorgio Albertazzi. Poi  è successo qualcosa,  ho bloccato il progetto e ho messo tutto quanto in un cassetto.
Questa storia, però, ha continuato a circolare nella mia testa e ha cominciato a mutare forma: ha iniziato a prendere forma di un romanzo, seppur un romanzo atipico e abbastanza anomalo anche nella struttura narrativa.
E' un romanzo che risente di esperienze che si intrecciano. Mi riferisco alle mie esperienze visto che calco il palcoscenico da quando ho sedici anni.
 
Quest’uomo ormai anziano che è stato il più grande attore del Novecento, nella finzione narrativa, non è più in accordo con i ritmi del mondo perché è fuori dalla scena. Questo mi sembrava un tema forte, qualcosa che potesse essere interessante indagare; cioè stare dentro questo territorio di disagio e capire se questo territorio di disagio può generare cose inaspettate.
Sebbene questa storia parta da una pièce non c’era nulla di scontato quando lo scrivevo, non è detto che ciò che ho scritto somigli veramente alla pièce. Come spesso accade, perlomeno a me, i personaggi si prendono il loro spazio e le storie prendono una strada che a volte non è totalmente prevista ed è accaduto anche in questo caso. Io non sapevo dall’inizio quale sarebbe stato il rapporto reale tra il Maestro e Alessandra, la ragazza con cui entra in comunicazione. Forse sono stati più i personaggi a raccontarmelo.
Vi dico anche un’altra cosa: talvolta leggo ad alta voce mentre scrivo, provo a capire sin da subito il suono che fa. Questo mi consente prima di tutto di ottimizzare tecnicamente i tempi; è come se sviluppassi un lavoro di editing in contemporanea perché non mi piace buttare giù un sacco di roba che poi sarà buttata via. Mi piace pensare che quello che scrivo sia una forma già matura del romanzo. Chiaro che poi si lavora per sottrazione, però la voce aiuta molto. La parola detta è secondo me fondamentale per chi scrive. Leggere ad alta voce è uno dei modi per incominciare a creare equilibrio nella scrittura.E qui questa cosa è stata molto presente, forse anche più delle altre volte perché ho provato a scrivere questo romanzo come se a narrare fosse uno spettatore nascosto in platea e tutta la scena, che si svolge di fatto dentro una stanza, fosse quello che lo spettatore vede dalla platea sul palcoscenico.
Quindi questa dinamica anche un po’ surreale, se vogliamo, ha comportato anche delle scelte tecniche. Ad esempio, tutta la narrazione è al presente, tutto ciò che accade accade in quell'istante. Questo ha più a che fare con le discipline della rappresentazione sulla scena che con la narrativa in senso stretto. Chiaramente molti hanno usato il presente nella narrazione, però in questo caso è anche il ritmo a volte un po’ sincopato o il fatto di dare un certo peso agli spazi e ai silenzi è stato fondamentale per me.
Vedremo se per i lettori sarà lo stesso.

Il maestro
Parlando della soggettiva, la parte del passato l’hai chiusa nelle scatole di ritagli di giornale. È quello che hai usato per creare la parte di ricordi e memoria.
Sì, c’è il confronto quotidiano di Corrado Lazzari con la sua vita trasferita dalle  immagini, dalle recensioni, dalle cose scritte dagli altri su di lui per quel che concerne la sua presenza sulla scena quindi questo è un canale della memoria. Poi c’è quello privato che corre parallelo e che è stata la sua vita in quegli anni.
Quindi quando lui parla di Amleto, e se ne parla diffusamente, l’impulso iniziale è legato al modo in cui è nata quella messinscena e al modo in cui in corrispondenza di quella messinscena c’è stata una lacerazione nella sua esistenza, quella con la donna che lui ha amato. Quindi c’è un percorso duplice della memoria: uno guidato dall’archivio della sua vita e l’altro generato dall’impulso della suggestione che le storie della scena hanno portato nella sua stessa esistenza.
Hai lavorato per anni in teatro quindi sarai entrato in contatto con tanti colleghi, ci sono dei modelli a cui hai pensato mentre scrivevi questo libro? Ci sono degli attori che in qualche modo hanno ispirato la figura del Maestro?
Certo! Ho pensato ad alcuni dei grandi vecchi del teatro italiano che ho conosciuto e con cui ho anche lavorato perché naturalmente ero portato a immaginarli dentro a questa situazione.
In realtà, poi, molto velocemente Corrado Lazzari è diventato solo lui, con dei connotati che sono soltanto suoi. Indubbiamente, rispetto all’esperienza condivisa con altri grandi attori, c’è qualcosa che ha a che fare con uno dei temi portanti di questa storia: la percezione dello spaesamento, della solitudine una volta che lo spettacolo finisce. Questa è una cosa a cui io tengo molto. Questa percezione l’ho vista in alcuni grandi vecchi, li ho visti improvvisamente fragili e questa è una cosa su cui riflettere. Quindi in che modo l’esperienza dell’attore poi si può confrontare e risolvere nell’esperienza privata delle persone, nella vita reale.
Il palcoscenico come metafora della vita e quando uno arriva al punto in cui non ha più nulla da dire ripensa al passato, non vede più il futuro o trova il futuro nei giovani. 
Anche per tradizione il palcoscenico è una metafora dell’esistenza. In questo caso c’è un doppio salto mortale che è una metafora della metafora, non so come spiegarmi, perché essendo un personaggio sulla scena lui rappresenta la sua vita sulla scena e la sua vita al di fuori della scena come se fosse un attore quindi è come un incartarsi continuo, un rincorrersi dei ruoli e questo secondo me è uno stimolo forte dal punto di vista creativo. Una bella sfida perché bisogna capire in che modo trasferire tutto questo con parole semplici, cosa a cui io tengo. La semplificazione del linguaggio non significa un linguaggio superficiale. Mi piace associare delle strutture elementari in cui c’è un elemento di crisi all’interno in maniera che poi ciascun lettore associ una sua percezione personale.
Abbiamo parlato del canale della memoria, ma la memoria è individuale, ciascuno con se stesso non è mai onesto cioè si ricrea il passato. Il Maestro vive una vita che non c’è, che forse non c’è stata. 
È vero. È un elemento ricorrente anche se vi capita di ascoltare i racconti di alcuni grandi vecchi del teatro. Questi racconti sono affascinanti anche se si ha la percezione che quel racconto magari non esiste, corrisponde a una memoria generata. Ne parlava anche Calvino, cioè non è molto importante che un episodio della vita sia realmente accaduto. È molto importante che noi lo ricordiamo e questo è un piccolo segreto della scrittura e della conservazione della memoria e delle emozioni, credo.
Mi ha incuriosito molto il rapporto tra Corrado e Dio perché lui dice di non credere in Dio ma di ritenerlo quasi un amico, di parlare con il crocifisso. Perché questa scelta?
Beh, è chiaro che i non credenti molto spesso, specie quando hanno un certo tipo di formazione, sono fortemente attratti dalla suggestione dell’immanente, non riuscendo però a collocarla. In quel caso la rappresentazione dell’immanente attraverso il simbolo del crocifisso rappresenta forse anche un canale di fuga: quando la fragilità si presenta bisogna in generale parlare con qualcuno. Per uno come Corrado Lazzari abituato a parlare pochissimo con gli altri, ecco quello diventa improvvisamente un suo amico, diventa un totem della sua fragilità in qualche modo e forse anche un’avvisaglia di qualcosa che però non posso dire.
Come mai è stata scelta proprio l’opera di Amleto come filo conduttore?
Ci sono diversi motivi. Intanto perché Amleto è l’opera a cui ambisce misurarsi qualsiasi  attore ed è un passaggio quasi obbligato della carriera di un grande attore. Non sempre un passaggio felice, c’è una storia di fallimenti nell’interpretazione di Amleto che costituiscono la forza di quest’opera. Cioè io riesco a credere alla messinscena di Amleto anche se c’è un cane che urla in scena con un teschio in mano perché Amleto è ormai entrato  nel bagaglio delle emozioni delle persone. Anche chi non l’ha letto sa qualcosa di Amleto e questo, se ci fate caso, è straordinario. Non esiste quasi per nessuna opera una caratteristica così. Se ci fate caso vi viene in mente qualcosa per cui è possibile dire la stessa cosa? 
Amleto è il personaggio simbolo. Tutti noi riusciamo a pensare ad Amleto in una forma differente sia perché lo associamo a un Amleto che abbiamo visto sia perché lo associamo a un Amleto che abbiamo letto. C’è un motivo: il poeta Eliot scrive di Amleto – una cosa che ho citato anche nel romanzo – dice che la forza straordinaria di Amleto è che è un’opera piena di buchi.
Avete presente la struttura dei buchi neri? Da cui nulla pare venir fuori e da cui tutto sembra venire risucchiato. Ecco ci sono delle zone di risucchio nell’Amleto che costituiscono la fortuna dei grandi attori perché dentro quelle zone il grande attore si muove, dentro alcune incongruenze il grande attore può creare, e anche il regista.
Anche il lettore lo può fare. Il lettore lo legge la prima volta e forse dopo quindici giorni non si ricorda esattamente cosa ha letto. Sì, ti ricordi alcune cose però ti perdi dei passaggi necessari. Io Amleto l’ho letto circa dieci volte e forse soltanto adesso inizio ad avere un quadro di insieme. Ecco, Amleto è un’opera legata davvero allo spaesamento dell’attore e questa è una storia sullo spaesamento dell’attore, quindi questa è un’opera specchio per la vicenda di Corrado Lazzari.
Ti piacerebbe vederlo adattato per il teatro?
C’è un inizio di progetto in questo senso. È possibile che venga messa in scena ma nella forma del racconto. E in quel caso prendendomi tutti i rischi del caso lo farò io insieme ad un’attrice, però raccontando e diventando. È una sfida secondo me ancora più grossa, però arrivi a un certo punto in cui si devono accettare  delle piccole sfide.
Un consiglio da dare a uno scrittore emergente?
Intanto il primo consiglio è di essere capaci di buttare via quel che si è scritto. Avere il coraggio della cattiveria rispetto a quello che si è fatto perché questa è una cosa molto formativa, cioè avere il coraggio di non pensare che se una cosa l’hai scritta e finita sarà quella la storia che ti porterà avanti.
Un'altro consiglio importante è di lasciare decantare le cose che si scrivono per un po’. Non metterle in circolazione subito perché quello che penserai di ciò che hai scritto dopo sei mesi probabilmente sarà differente e lì avrai una visione più lucida per poter capire se questa cosa funziona o no e se questa cosa ti rappresenta come scrittore e persona oppure no. 
Molta tenacia, capacità di sacrificio, sapendo che quello che fai è una cosa meravigliosa quindi un sacrificio che vale la pena fare.
E poi trovarsi anche delle piccole situazioni speciali in cui scrivere. Ogni scrittore ha un posto. Io scrivo ogni romanzo in un posto diverso ma non per scelta, perché capita. C’è chi invece ha dei riti: mi viene in mente Joe Lansdale che mi ha detto che si è fatto costruire in casa una camera completamente nera. Lui entra in questa stanza in cui non ci sono finestre e il pavimento e le pareti sono nere. Quindi lui sta nel buio assoluto, con la sola luce del computer. Per cui trovarsi anche un modo per stare a disagio nel mondo. Un leggero disagio crea vitalità.

Come sempre ringrazio Piemme per l'opportunità e Francesco Carofiglio per la disponibilità e per le risposte esaustive. 
A presto!

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